Premessa
di Antonia Arslan
"La memoria è il futuro", ha detto molto bene Pietro Kuciukian al recente convegno padovano Si può dire un sì o un no. I Giusti contro il genocidio degli Armeni e degli Ebrei, presentando il comitato internazionale dei giusti per gli Armeni, fondato perché non si perda la memoria della prma pulizia etnica del ventesimo secolo.
E con questa stessa frase che vorrei introdurre al lettore questa breve ma importante opera di Luigi Massignan, un "brano di memoria" che racconta di una delle "condizioni estreme" del secolo che si è appena concluso, il campo di concentramento di Mauthausen, dove il giovane Massignan, catturato a Montecchio nell'autunno 1944, trascorse l'ultimo periodo di guera, dal gennaio 1945 alla liberazione.
È una testimonianza personale di forte tenuta e spessore, rivolta espressamente ai giovani (prima di tutto ai nipoti, ai quali, il libro è effettivamente dedicato), perché siano consci delle tragedie avvenute durante la seconda guerra mondiale, ma le facciano proprie in modo diretto, attraverso un linguaggio coinvolgente, ripercorrendo l'avventura di un uomo come tanti, e del coraggio di cui diede prova in circostanze eccezionali.
Ma non è un racconto venuto fuori a caldo. È l'opera di un veneto, quindi con un campo di riferimenti che ci sono familiari, scritta però oltre mezzo secolodopo i fatti, senza per questo essere appannata degli anni trascorsi. Massignan conserva la freschezza del ricordo che si incide nella memoria in condizioni estreme, e che viene vissuto con incredibile intensità, riferito com'è ai bisogni primari, alla difesa della dignità elementare dell'uomo.
È tuttavia un dato di fatto che chi riesce a sopravvivere in situazioni disumane (lager, gulag) si sente in qualche modo colpevole, in primo luogo per il fatto in sè di essere ancora vivo, e poi per il timore di non aver mai fatto tutto il possibile per gli altri nelle stesse condizioni. Questo senso di colpa tormenta ai sopravvissuti, ne fa degli "esseri spezzati", tanto da condurli spesso, se non sosenuti da una fede e da una struttura emotiva solida, a tragiche conseguenze come il suicidio o la follia (si pensi al casi di Primo Levi o al poeta ebreo tedesco Paul Celan) Riuscire a sopravvivere esige due tipi di coraggio: prima di tutto resistere alle circostanze disumane proprie di un campo di concentramento, e poi quello non minore di condurre la propria vita sucessiva insieme a persone che spesso non hanno alcun interesse nell'udire quelle storie, e nessuna voglia di sentire come ti sei conteso l'ultima buccia di patata, o la sofferenza di giacere su un pagliericcio insieme ai tuoi escrementi per una diarrea inarrestabile.
Molti superstiti dei lager si trovano nella condizione di non poter raccontare le proprie esperienze che in piccole cerchie di sopravvissuti: e invece è importantissiono che gli orrori del ventesimo secolo non vengano più dimenticati. La testimonianza è l'unica arma che l'uomo comune ha contro la menzogna, contro l'orrore e il ripetersi dell'orrore, e Massignan in queste pagine riesce a far visualizzare al lettore i momenti della sua discesa agli inferi con molta umanità e molta efficacia. Egli è istintivamente un vero efficacie "narratore oggettivo si se medesimo", come si diceva un tempo dei narratori dell'ottocent, uno che si racconta con un sobrio realismo tipicamente veneto, senza trasformare o abbellire gli episodi.
Ha la qualità del coraggio tranquillo che permette di affrontare le cose come sono, senza nascondere e senza mistificare, guardando in faccia gli avvenimenti. È il coraggio tranquillo che gli permette la sua fede profonda, la sua semplice fede veneta nella Madonna del Monte Berico, che lo ha protetto e infine portato s casa, come leggiamo in alcune pagine particolarmente sofferte dalle quali traspare una profonda religiosità e un fiducioso abbandono alla Provvidenza.
Molto interessante è poi il modo in cui in alcune occasioni sono descritti non solo gli orrori fisici, ma anche quelli morali, cioè il deliberato tentativo di distruggere la personalità dei prigionieri: si legga la pagina dedicata ai comandi di mettere e togliere il berretto (Mutzen ab, Mutzen an), ripetuti per molte volte allo scopo di prostrarli e umiliarli con ordini assurdi. È la necessità, per i sopravvissuti, di riconoscere i Kapò e le SS come personaggi superiori, autorità indiscusse. In ogni situazione estrema, come suggerisce Massignan, c'è anche molta vigliaccheria, come quella di coloro che tradiscono il compagno per salvarsi la vita, o per una razione di pane in più; ma nessuno ha il diritto di sindacare - o di giustificare. Sono fatti tuttavia che non devono essere dimenticati: si pensi alla sobrietà austera con cui sono descritti gli episodi di cannibalismo.
Il libro di Massignan è rivolto ai nipoti, è un libro che è rivolto al futuro e dà futuro: Non è sterile frutto di una memoria egocentrica, ripiegata su se stessa, è soprattutto un libro di fede e di speranza: In questa nazione in cui regnano i piagnistei e tutti si lamentano di tutto, qualche volta stringere i denti potrebbe essere infatti una variante esistenziale di qualche rilievo.
Sicchè vale la pena di concludere, seguendo la volontà dell'autore, con il messaggio che trasmette uno dei più toccanti episodi del libro: La Pasqua celebrata su un piattino di latta, con pochi frammenti di pane, da un prete francese moribondo, sdraiato in fin di vita sul suo pagliericcio. Inginocchiati intorno a lui, i prigionieri pregano, e cosi riscattano l'umiliazione fisica, la paura, lo sfinimento.
Ed è questa, di una vittoria della spirito (non priva di una buona dose di lucida baldanza veneta), l'immagine finale che queste "pagine vere" lasciano ai lettori.