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Peter e la sua matitaQuella mattina ci venne chiesto di partire assieme a Suor Margharet per accompagnare Peter, un bambino di sei anni, presso l’ospedale di North Kinanghop dove avrebbe dovuto essere sottoposto a un intervento chirurgico che sarebbe stato eseguito da un medico olandese. Peter era partito per rimanere ricoverato un mese in ospedale, da solo. Aveva con sé solo una piccola matita che teneva stretta in una mano, nessuna borsa con dentro dei vestiti, dei giocattoli o qualcosa da mangiare…avrebbe indossato la stessa maglietta e gli stessi pantaloncini per un mese intero. Era difficile comunicare con lui perché non capiva l’inglese e così non siamo riusciti a rassicurarlo come ci veniva spontaneo fare in una situazione così triste e ogni volta che incrociavamo il suo sguardo era come se dentro di noi si aprisse una voragine. Ma quello che ci lasciava più sbalorditi era che nemmeno Suor Margharet, che riusciva a farsi capire da lui, si preoccupava di tranquillizzarlo. Il viaggio è durato due ore e quando siamo arrivati sono stati i drivers ad accompagnare il bambino a fare gli accertamenti (gli esami del sangue e le radiografie). Al momento del ricovero gli hanno consegnato una bacinella e un sacchetto con dentro un asciugamano, un rotolo di carta igienica e un bicchiere di plastica e con queste cose un’infermiera lo ha accompagnato nella sua stanza , una camerata composta da sei letti. Appena entrati Peter si è diretto verso l’unico letto che era libero e resosi conto che era arrivato il momento di salutarci ha iniziato a piangere, un pianto silenzioso; cercava di trattenere le lacrime come se piangere fosse segno di debolezza. Lo abbiamo lasciato lì con la speranza che le mamme e i bambini dei letti vicino lo accogliessero e non lo facessero sentire solo. È difficile di fronte a una situazione come questa non provare rabbia, impotenza e una profonda tristezza. Soprattutto è impossibile non fare i confronti con quella che è la realtà italiana dove si parla e si ricerca tanto la “presa in carico globale del paziente”. Ma è proprio qui che si sbaglia, nel fare il confronto! Perché se si osserva la storia di Peter da un altro punto di vista, da quella africano, si può arrivare a capire che in fondo anche il suo problema è stato preso in considerazione in maniera globale. Dopotutto, in seguito all’operazione (si trattava di un intervento di scollamento del braccio dal torace) Peter potrà tornare nel suo villaggio e giocare con gli altri bambini e ad essere d’aiuto nel lavoro dei campi senza essere considerato “diverso” e per questo rischiare di venire trascurato. |
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